Cianci, Maria (2015) IL COSTO DEL LAVORO IN ITALIA: TECNICHE DI RIDUZIONE DIRETTE ED INDIRETTE. [Tesi di dottorato]

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Item Type: Tesi di dottorato
Lingua: Italiano
Title: IL COSTO DEL LAVORO IN ITALIA: TECNICHE DI RIDUZIONE DIRETTE ED INDIRETTE
Creators:
CreatorsEmail
Cianci, MariaDOTTORESSACIANCI@LIBERO.IT
Date: 31 March 2015
Number of Pages: 157
Institution: Università degli Studi di Napoli Federico II
Department: Giurisprudenza
Scuola di dottorato: Scienze giuridico-economiche
Dottorato: Istituzioni e politiche ambientali, finanziarie, previdenziali e tributarie
Ciclo di dottorato: 26
Coordinatore del Corso di dottorato:
nomeemail
Amatucci, FabrizioSTUDIOAMATUCCI@TIN.IT
Tutor:
nomeemail
Amatucci, FabrizioUNSPECIFIED
Date: 31 March 2015
Number of Pages: 157
Uncontrolled Keywords: COSTO DEL LAVORO
Settori scientifico-disciplinari del MIUR: Area 12 - Scienze giuridiche > IUS/12 - Diritto tributario
Aree tematiche (7° programma Quadro): SCIENZE SOCIOECONOMICHE E UMANISTICHE > Indicatori scientifici e socio-economici
Date Deposited: 07 Apr 2015 12:33
Last Modified: 26 May 2016 01:00
URI: http://www.fedoa.unina.it/id/eprint/10412
DOI: 10.6092/UNINA/FEDOA/10412

Abstract

Il lavoro di tesi si pone l'obiettivo di effettuare un'analisi critica del costo del lavoro in Italia, componente del mercato del lavoro fondamentale nel determinare i livelli occupazionali di un'economia, dato che influenza l'allocazione delle risorse tra i fattori della produzione all'interno di un paese e le condizioni di competitività dello stesso sullo scenario internazionale. La struttura e l'evoluzione del costo del lavoro e delle retribuzioni costituiscono, infatti, elementi importanti del mercato del lavoro, che rispecchiano l'offerta di lavoro dei singoli individui e la domanda di lavoro da parte delle imprese. Dal lato delle imprese il costo del lavoro è uno dei principali fattori determinanti della competitività (insieme al costo del capitale e all'innovazione tecnologica); dal lato dei lavoratori dipendenti il compenso percepito per il proprio lavoro, normalmente denominato retribuzione o salario, rappresenta in genere la principale fonte di reddito e quindi incide in modo rilevante sulla capacità di spesa o di risparmio. La ragione che ci induce ad affrontare un simile tema va ricercata nel particolare rilievo che ha acquisito il tema del costo del lavoro all'interno del recente dibattito politico ed economico, a seguito della grave crisi che ha colpito molti comparti dell'industria italiana. Al giorno d'oggi, il costo del lavoro è più che mai un problema strutturale che sollecita interventi diretti a garantire maggiori margini di competitività alle imprese, senza tuttavia andare contro alla garanzia costituzionale della retribuzione proporzionata e sufficiente. Fra i diversi aspetti posti al centro dell'analisi si possono individuare due correnti che recentemente hanno avuto una maggiore attenzione rispetto ad altre: la prima è quella dei divari nei livelli del costo del lavoro fra i paesi europei e dei loro riflessi sulla competitività economica delle imprese, la seconda è quella della elevata tassazione che grava sul lavoro, ovvero la questione del "cuneo fiscale". La rilevanza di questi temi va ricondotta anche alla crisi economica e alla particolare attenzione con cui si guarda all'andamento della competitività delle imprese italiane e alle prospettive di crescita dei settori più esposti alla competizione internazionale. Infatti, la globalizzazione da un lato e la crisi economico-finanziaria dall'altro hanno causato delle profonde trasformazioni nel nostro sistema economico e sociale accelerando la trasformazione della struttura produttiva delle economie avanzate, portando all'abbandono di diversi settori da parte di molti paesi e favorendo spinti processi di delocalizzazione che hanno aumentato la concorrenza fra i lavoratori a più basso salario, contribuito all'aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito, penalizzando in particolare i redditi dei ceti medio-bassi. Tuttavia, negli ultimi anni la posizione competitiva dei maggiori paesi si sta nuovamente modificando in misura sostanziale. A causa dell'aumento del costo del lavoro cinese, infatti, si sta verificando un cambiamento delle convenienze relative. Di conseguenza, anche in Italia, sia pure su scala ridotta, si contano le prime esperienze di reshoring degli investimenti. L'importanza del livello e della struttura del costo del lavoro a livello nazionale e internazionale, quindi, ne giustifica la centralità all'interno del dibattito politico. In particolare, nel corso degli ultimi anni è stato frequentemente posto l'accento sul tema della fiscalità sui redditi da lavoro: l'esigenza di ridurre il cuneo fiscale pone al centro dell'agenda dei Governi il tema del rispettivo finanziamento. Le strade da percorrere passano inevitabilmente per una ricomposizione della struttura fiscale o per una fase di ricomposizione e razionalizzazione della spesa pubblica. Nel primo capitolo, a partire da una schema analitico sulla composizione del costo del lavoro dipendente, così come definito nel regolamento (CE) n. 1737/2005 del 21 ottobre 2005, si è improntato un dibattito sul tax wedge e sugli effetti che un'elevata tassazione possa avere sul mercato del lavoro e sulla crescita economica del paese. Un aspetto importante che è emerso è che la pressione fiscale apparente in Italia, ovvero quella che non tiene conto della dimensione dell'economia sommersa e dell'evasione fiscale, è tra le più alte tra i paesi OCSE e ha presentato di recente una perniciosa dinamica crescente. Pur nell'incertezza dei dati comparativi, si ritiene che la situazione dell'Italia in ambito europeo si caratterizzi per un'elevata incidenza della tassazione sul lavoro e degli oneri sociali, in presenza di un differenziale negativo dei livelli retributivi lordi e netti rispetto agli altri paesi dell'Unione Europea. A fronte di questa situazione, nel corso della legislatura, è emersa l'esigenza di agire, nell'ambito delle politiche per l'occupazione, verso una progressiva riduzione della pressione fiscale sul lavoro e dei costi non salariali dello stesso. Tale linea politica, come quella più generale di riduzione del carico fiscale complessivo, si è dovuta peraltro confrontare con l'obiettivo prioritario dell'equilibrio finanziario dei sistemi di previdenza sociale. Nel secondo capitolo, dopo aver espresso alcune considerazioni sul forte aumento dei contributi sociali verificatosi negli ultimi decenni in Europa e su come tale tendenza sia all'origine di un livello del costo del lavoro che indebolisce la struttura produttiva e causa disoccupazione, al fine di impostare correttamente lo studio degli effetti dei contributi sociali sul mercato del lavoro e dell'eventualità che il finanziamento del sistema previdenziale introduca forme di tassazione nascosta, ci si è soffermati sulle tecniche dirette di riduzione del costo del lavoro che il Governo ha approvato a partire dal Decreto legge n. 66/2014 tramite le "Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale" e successivamente grazie agli interventi diretti sul mercato del lavoro attuati attraverso il Jobs Act e la legge di Stabilità 2015. Tali tecniche sono di carattere strutturale, che comportano una riduzione intersettoriale e stabile nel tempo del carico contributivo e quelle di carattere agevolativo, direttamente legati alla creazione di nuovi posti di lavoro ed aventi operatività limitata a periodi, aree territoriali e settori limitati. In particolare, gli interventi di carattere strutturale sono concentrati sulla riduzione di alcune voci della contribuzione a carico dei datori di lavoro, con particolare riferimento ai contributi sociali, ciò al fine di diminuire il cuneo fiscale e contributivo, cioè la forbice tra il costo del lavoro per le imprese, a cui concorrono i contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro, e quanto effettivamente percepito come retribuzione netta dal lavoratore. Agli interventi di carattere strutturale si sono accompagnate misure di incentivazione economica direttamente collegate alle assunzioni effettuate dalle imprese, volte ad aumentarne la convenienza economica, riducendo, tramite la leva contributiva e fiscale, il costo del lavoro almeno nella fase iniziale del rapporto. Più in generale altri interventi hanno previsto agevolazioni fiscali o contributive per un limitato periodo, al fine di ridurre il costo del lavoro per imprese di settori in difficoltà. Il capitolo affronta, inoltre, la questione del decentramento contrattuale, soprattutto alla luce degli studi che mirano a studiare gli effetti della tassazione sul mercato del lavoro della presenza dei sindacati, un fattore che può imporre rigidità al mercato del lavoro e che può ostacolare, in teoria, il meccanismo di aggiustamento tra domanda e offerta di lavoro. In particolare, negli ultimi anni le politiche di sostegno alla produttività del lavoro hanno cercato di coniugare la riduzione del cuneo fiscale con il decentramento contrattuale, autorizzando, in tal modo, uno spostamento della struttura retributiva in direzione di una valorizzazione del salario variabile, a scapito della parte fissa della retribuzione, che comporta sì la possibilità di un alleggerimento del costo del lavoro, ma anche una chiara erosione della "funzione solidaristica" del CCNL. Inoltre, partendo dalle considerazioni svolte sui legami che intercorrono tra i contributi sociali versati e i benefici attesi e da alcuni studi in cui si analizzano gli effetti di una possibile completa privatizzazione del sistema previdenziale, è stata compiuta un'analisi sulle regole che stanno alla base del funzionamento dei diversi sistemi pensionistici e si è evinto che, data la molteplice natura a cui assolve il risparmio previdenziale, appare preferibile un sistema previdenziale misto, quale appunto quello italiano, rispetto a un sistema puro costituito da una sola delle due alternative, a capitalizzazione o a ripartizione. Le distorsioni sembrerebbero derivare, invece, dalla presenza di un'aliquota per i lavoratori dipendenti alta e costante nel tempo e dalla cattiva allocazione del portafoglio previdenziale, quando si considera la differenza tra il tasso di rendimento di mercato di un sistema a capitalizzazione e quello generato in un sistema a ripartizione; questi, pertanto, sarebbero i principali problemi da affrontare. Nel terzo capitolo, infine, l'analisi si concentra sulle tecniche indirette di riduzione del costo del lavoro, ovvero quelle che vanno a toccare gli aspetti legati alla flessibilità in entrata e in uscita del rapporto di lavoro, oltre che il ruolo degli ammortizzatori sociali. Il licenziamento motivato da finalità di riduzione dei costi, la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno ad orario "ridotto, modulato o flessibile", lo jus variandi nella disciplina delle mansioni, le strategie di esternalizzazione aziendale sono tutti aspetti indirettamente legati alla finalità ultima non tanto rivolta alla tutela dei lavoratori, quanto al sostegno al sistema produttivo nel suo complesso, dove la "produttività" sembra assurgere a interesse pubblico generale per il suo ruolo funzionale al rilancio della competitività dell'impresa. L'attenzione si è spostata poi sul ruolo degli ammortizzatori sociali, ovvero di tutta quella serie di misure che hanno l'obiettivo di offrire sostegno economico ai lavoratori che hanno perso il posto di lavoro e alle quali ricorrono le aziende che si trovano in crisi e che devono provvedere a riorganizzazione la loro struttura e, dunque, a ridimensionare il costo del lavoro. In ultima analisi, considerando che la correlazione positiva tra pressione fiscale complessiva e livello del cuneo fiscale è caratterizzata da una diversa distribuzione del carico fiscale tra fattori della produzione, consumi e patrimonio, l'attenzione è stata rivolta al tema del tax shift, ovvero sull'opportunità di una riforma fiscale orientata a un sostanziale spostamento del carico fiscale "dalle persone - alle cose - alle case", che al di là dei contenti etici e filosofici dell'argomento, pare essere un orientamento seguito a livello comunitario al fine di ridefinire l'intera politica fiscale in chiave di riequilibrio economico e di riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. L'affermazione del Primo Ministro belga Guy Verhofstadt, ovvero che "l'interesse per il tax shifting è sicuramente legato al fatto che i paesi dell'Unione Europea nel loro insieme, e a dispetto degli impegni assunti in senso contrario, hanno in genere avuto un successo limitato nel ridurre l'onere fiscale complessivo. Di qui, l'interesse per le formule che non prevedono tagli alla spesa pubblica, ma semplicemente il cambiamento del modo in cui viene innalzato il livello delle entrate", fa infine, riflettere sulla circostanza che a livello nazionale una riduzione in generale della pressione fiscale e in particolare del costo del lavoro e del cuneo fiscale non può essere perseguita se non attraverso una strategia di ricomposizione della spesa pubblica unita a una politica di lotta all'evasione fiscale che possa liberare risorse aggiuntive restituite poi ai contribuenti mediante la riduzione delle aliquote.

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