Barbato, Antonella (2021) Lo Spazio della Pena come Problema di Architettura. [Tesi di dottorato]

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Item Type: Tesi di dottorato
Resource language: Italiano
Title: Lo Spazio della Pena come Problema di Architettura
Creators:
CreatorsEmail
Barbato, Antonellaantonella.barbato.17@gmail.com
Date: 11 April 2021
Number of Pages: 364
Institution: Università degli Studi di Napoli Federico II
Department: Architettura
Dottorato: Architettura
Ciclo di dottorato: 33
Coordinatore del Corso di dottorato:
nomeemail
Fabio, MangoneUNSPECIFIED
Tutor:
nomeemail
Santangelo, MarellaUNSPECIFIED
Date: 11 April 2021
Number of Pages: 364
Keywords: carcere, pena, architettura, ripensamento, spazio
Settori scientifico-disciplinari del MIUR: Area 08 - Ingegneria civile e Architettura > ICAR/14 - Composizione architettonica e urbana
Date Deposited: 17 May 2021 15:38
Last Modified: 07 Jun 2023 10:45
URI: http://www.fedoa.unina.it/id/eprint/13894

Collection description

Lo scopo del presente lavoro è quello di indagare lo spazio della pena come problema di architettura. La pena è anche una questione di spazio, uno spazio che non accoglie, ma tiene in ostaggio corpi, tra muri di cinta e sbarre, in un'economia di diritti sospesi (FOUCAULT 1975) prescindendo da eventuali colpe. Uno spazio che diviene esso stesso la pena perché limita la libertà personale e affligge, marchia il corpo, la mente del detenuto e lo induce a calibrare la sua vita sui tempi e gli spazi di un'istituzione totale che lentamente lo fagocita. Le parole chiave di questa riflessione, dunque, sono: spazio, nella sua accezione architettonica, e pena, intesa come istituzione sociale, consolidatasi nel tempo, che incarna e condensa un insieme di finalità e di significati storici profondi e nello specifico pena detentiva, ovvero «privazione della libertà personale del condannato, protratta per un periodo di tempo determinato, l'intera vita o a tempo indeterminato, quando la fine è stabilita durante l'esecuzione, in base al comportamento del condannato» (CONCAS 2014) Pena detentiva che per essere attuata si serve di dispositivo architettonico disposto dalla legge, istituito e condiviso dalla società, il carcere, pensato per limitare la libertà personale. Il carcere, nonostante lo spazio totalizzante che lo concretizza, espressione di quella natura di istituzione totale che gli è propria, è tuttavia una realtà ancora poco indagata, quasi assente nel dibattito architettonico italiano e internazionale, sia dal punto di vista teorico che progettuale. Esso è stato indagato dal punto di vista meramente fisico con una riduzione dei ragionamenti spaziali e qualitativi alla sola questione di metri quadri, che ha prodotto episodi costruttivi – edilizia – che si distinguono per standardizzazione di forme, tecniche costruttive, materiali e per una grande "forza coercitiva" , «frutto di una cultura architettonica che ha generato tecniche attraverso le quali ottenere maggiore efficacia dalla sorveglianza, rendere più docili le persone attraverso un condizionamento continuo» (SANTANGELO 2020), che ha tenuto da parte questioni importanti come la relazione tra uomo e luoghi, tra corpo e spazio. Il carcere è diventato così esemplare di come l'architettura, in alcuni casi, sia usata contro sé stessa, "à contre-emploi" (TSCHUMI 1994): un mezzo per istituzionalizzare, stabilire una continuità, affermare la presenza dell'istituzione nella società, e che finisce per affermare la coincidenza tra norma istituzionale e spazio architettonico. Pertanto, trovando la sua genesi in tali questioni e spinta dall'osservazione della profonda crisi dell'architettura del carcere, la ricerca muove da un'iniziale comprensione della realtà carceraria e, confrontandosi con un inquadramento del concetto di pena nella contemporanea accezione, legge l'edificio-carcere non come evento in sé, ma all'interno di un'analisi critica del nostro tempo. Tempo che è segnato dalla mancanza di istituzioni alle quali fare riferimento, incapaci di risolvere i problemi del cittadino; tempo governato da un'insicurezza collettiva crescente nelle sue tre dimensioni, esistenziale (insecurity), delle certezze (uncertainty) e personale (unsafety) (BAUMAN 2000), che sfocia nella ricerca di un nemico comune. La situazione è particolarmente aggravata dall'istituzioni stesse, che sempre più sono pronte ad affermare sé stesse a incentivare l'insicurezza, favorendo il predominio della terza dimensione citata – unsafet – e di un sentimento di paura – fear of crime – in uno scenario generale di «declino dello stato economico, diminuzione dello stato sociale e glorificazione dello stato penale (WACQUANT 1999). Parliamo di un tempo che è segnato dall'aumento dei tassi d'incarcerazione in tutto il mondo occidentale (Mass Incarceration) e che vede da un lato l'abbandono definitivo della concezione della pena rieducativa a favore di un utilizzo della detenzione come strumento incapacitante, che colpisce una serie di soggetti talvolta lontani dall'esecuzione penale, dall'altro il decadimento dell'architettura penitenziaria sino al suo totale annullamento. Eventi che hanno portato parallelamente alla moltiplicazione ed esplosione dello spazio penitenziario nel mondo e alla realizzazione di un "continuum carcerario" territoriale che vede numerosi spazi "contaminati" dalla logica penitenziaria, o più precisamente securitaria. Appare improrogabile un ritorno al tema del carcere nel dibattito architettonico e un ripensamento di tale spazio, riconosciuto per il suo potente potere lesivo della dignità umana. La presente ricerca pone l'attenzione sull'architettura-carcere con lo scopo di: - Indagare le strutture penitenziarie attraverso la ricostruzione della loro evoluzione nel tempo e oltre; - Approfondire l'architettura carceraria, che seppur delimitata e statica, appare di fatto come una realtà porosa, perché potenzialmente connessa ai cittadini e alla città, approfondendo anche le principali teorie che ne hanno fornito e statuito definizioni, sostanza e appartenenza; - Avviare un ripensamento del carcere a partire da tale porosità, da sempre negata dall'architettura, al fine di individuare azioni per renderla più umana e non addirittura un aggravio di pena. Alla luce di quanto descritto, la ricerca prende le distanze dai ragionamenti sulla qualità dello spazio ridotti a una questione di metri quadri, perseguendo un'indagine che, da un lato, inserisce il carcere in un ampio quadro e lo rilegge alla luce di questioni cardine dell'architettura (come la relazione tra il corpo, lo spazio e l'abitare, l'edificio e la città), dall'altro, si apre a diverse discipline, e in particolare la geografia umana, al fine di restituire una prospettiva sullo spazio inteso come dimensione mai neutra, cristallizzazione dei rapporti di potere e delle interazioni sociali. Si indaga il carcere stricto sensu come nodo, punta dell'iceberg, architettura reale e tangibile di una complessa rete, nella quale siamo tutti coinvolti, che va oltre i confini fisici dell'istituzione e dell'edificio. Il filo conduttore che lega l'intera ricerca è la volontà di offrire un ri-pensamento di tali strutture che racchiuda in sé tutte le sfaccettature semantiche di tale forma verbale. Ri-pensare come tornare con il pensiero a una cosa lontana nel tempo e nello spazio, inteso come volontà di indagare il carcere e la sua evoluzione architettonica, ampliando le trattazioni esistenti in materia per meglio comprendere il presente e immaginare il progetto del futuro. Ri-pensare come pensare di nuovo, inteso come tentativo di rilettura dello spazio del carcere a partire dalle linee di ricerca architettonica già sviluppate, con l'intento di fornire una lettura inedita, grazie all'utilizzo di strumenti e riferimenti propri della disciplina della progettazione architettonica. Ri-pensare, infine, come pensare in maniera diversa, lavorando in una nuova direzione, che vada oltre l'immaginario comune, in cui il progetto di architettura è lo strumento che permette di scardinare l'istituzione totale, e immaginare un carcere che, pur rimanendo un sistema sicuro, sia allo stesso tempo sistema aperto, poroso, un luogo di accoglienza parte della città. Un carcere che non è più uno spazio della negazione dei diritti umani, ma un rinnovato luogo in cui la pena possa essere vissuta come diritto di ripensare sé stessi e in cui l'architettura sia capace di accompagnare il detenuto in un percorso di rinascita e auspicata presa di coscienza di sé stesso e del suo rapporto con gli altri e il mondo.

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