Conte, Giuseppina (2011) Il pianeta sociale come nuovo spazio dei diritti umani in Zygmunt Bauman. [Tesi di dottorato] (Unpublished)

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Item Type: Tesi di dottorato
Language: Italiano
Title: Il pianeta sociale come nuovo spazio dei diritti umani in Zygmunt Bauman
Creators:
CreatorsEmail
Conte, Giuseppinagiusyconte@katamail.com
Date: 28 November 2011
Number of Pages: 159
Institution: Università degli Studi di Napoli Federico II
Department: Diritto romano e storia della scienza romanistica "Francesco De Martino"
Doctoral School: Scienze giuridiche, storiche e filosofiche
PHD name: Filosofia del diritto: arte e tecnica della giurisprudenza-ermeneutica dei diritti dell'uomo
PHD cycle: 24
PHD Coordinator:
nameemail
Marino, Giovannigiomarin@unina.it
Tutor:
nameemail
Di Santo, Luigidisanto.luigi100@tiscali.it
Date: 28 November 2011
Number of Pages: 159
Uncontrolled Keywords: diritti; umani: Bauman
MIUR S.S.D.: Area 12 - Scienze giuridiche > IUS/20 - Filosofia del diritto
Date Deposited: 05 Dec 2011 11:50
Last Modified: 19 Nov 2014 11:34
URI: http://www.fedoa.unina.it/id/eprint/8615

Abstract

Questo itinerario di ricerca intende ripercorrere l’esperienza umana e intellettuale di Zygmunt Bauman, soffermandosi sugli aspetti biografici e sulla produzione scientifica dell’autore, sugli snodi dell’evoluzione del suo pensiero, per oltrepassarli e raggiungere alcuni contesti specifici di indagine circa l’identità che l’uomo contemporaneo viene rivestendo all’interno della società che Bauman, metaforicamente, definisce liquida. L'attenzione è inizialmente rivolta alla biografia dello studioso polacco, per andare a tracciare, attraverso essa, l’evoluzione del pensiero dell’autore che, sempre in dialogo con i cambiamenti negli assetti storici, sociali e culturali, restituisce una produzione scientifica ricca, analitica e propositiva al tempo stesso. La formazione di Bauman, in gioventù marcatamente marxista, risulta così ben presto influenzata prima dallo stretto rapporto con i suoi primi due maestri, Stanislaw Ossowsky e Julian Hochfeld, che gli forniscono le lenti più adatte per avere una visione chiara delle vicende storiche di cui è protagonista, e, in seguito, dall’incontro con letture illuminanti quali i Quaderni dal carcere di Gramsci, che gli fanno da utile guida nell’interpretazione dell’evoluzione della società con l’avvento dell’industria, per poi approdare alla condivisione dell’invito rivolto da Lévinas a riconoscere l’“essere con gli altri” come fondamentale e irrinunciabile attributo dell’esistenza umana, a ritenerci cioè tutti responsabili di fronte all’Altro ed alla sua incessante richiesta di giustizia, agendo così come unico antidoto efficace contro l’imperante indifferenza dell’uno verso le sorti dell’Altro. Il presente lavoro cerca inoltre di cogliere in pieno il senso di quanto lo stesso Bauman ci sintetizza tra le pagine di Intervista sull’identità , ossia che la forma assunta dal “marxismo intellettuale” che è dilagato nei centri accademici europei e americani alla fine degli anni Settanta, è stata interamente economicista e nella maggior parte dei casi severamente riduzionista. Negli anni Settanta, dice infatti Bauman, la politica, l’ideologia e la cittadinanza sono state rimosse o viste come effetti del motore primario dello sviluppo e del crollo capitalistico. Secondo lo studioso non doveva essere così: Marx, come egli ci dimostra in quello appena citato e in numerosi altri testi, dopo tutto, era stato inizialmente egli stesso un liberale, che, dall’enfasi sulla povertà e sulla figura collegata del cittadino era passato, solo alla fine, al più forte concetto dello sfruttamento, in cui la silhouette implicitamente virile del proletario si sostituisce a quella del cittadino. Forse, egli pensa, non era inevitabile che la teoria marxista in fase di ascesa venisse ridotta al nocciolo duro del determinismo economico, ma questo fu nella sua epoca, per così dire, “sovradeterminato”. Questa versione tronca, riduzionista e unidimensionale dell’eredità di Marx fornita da una lettura onnicomprensiva e unifattoriale di tutte le sofferenze, le ansie e i disagi, così come nessun altro modello unifattoriale, non avrà mai, secondo Bauman, molte probabilità di esprimere adeguatamente la complessità del “mondo vissuto” e di abbracciare la totalità dell’esperienza umana. Partendo da queste riflessioni, la ricostruzione relativa all’evoluzione del pensiero di Bauman qui proposta continua con l’analisi della posizione assunta dallo studioso quando, ad allungare ulteriormente le distanze da quella visione, intervengono i rapidi cambiamenti dell’era Reagan-Thatcher che hanno condotto al collasso l’immaginazione “collettiva” nelle società occidentali a partire dagli anni Ottanta. Come osserva, d’altro canto, anche Alessandro Dal Lago, per Bauman, più ancora che dai loro risultati discutibili in termini strettamente economici, i primi governi Reagan e Thatcher possono essere definiti dalla capacità di aver delegittimato qualsiasi strategia di governo collettivo (o praticata in nome di interessi collettivi) dei processi economici. Prima ancora che il crollo del muro di Berlino rendesse impronunciabile nel suo senso originale la parola socialismo, la rivoluzione liberista degli anni Ottanta ha fatto fondamentalmente del “mercato” il suo orizzonte cognitivo del mondo occidentale. La celebre affermazione di Margaret Thatcher, secondo cui “non esiste una cosa come la società” sottolineava appunto l’illegittimità di ogni principio che contrastasse (anche in termini di controllo o di regolazione) la libertà di impresa in senso lato . Rivisitare la bibliografia di quegli anni di Bauman ci permette, così, di ritrovarvi una chiara denuncia, non priva di una lucida critica, degli effetti della deregolamentazione, dell’outsourcing, della sussudiarietà, del disimpegno manageriale, della graduale eliminazione delle fabbriche fordiste a vantaggio della nuova flessibilità dei modelli di assunzione e delle procedure lavorative, che hanno determinato il lento ma inesorabile smantellamento degli strumenti di protezione e autodifesa del lavoro, nonché l’annullamento dell’aspettativa di una riorganizzazione dell’ordine sociale sotto la guida del proletariato. Bauman si preoccupa, altresì, di interpretare i risultati dell’annientamento della rete di protezione sociale costruita faticosamente nel corso del XX secolo, reputata, in un secondo momento, non solo troppo costosa e contraria allo spirito del mercato, ma moralmente illegittima, annientamento che ha determinato l’abbandono del patto che aveva consentito lo sviluppo sociale delle democrazie post-belliche (in un sistema che garantiva la sicurezza sociale, in cui i sindacati cooperavano alla gestione dello stato sociale, e le espressioni partitiche del movimento operaio e dei ceti medi si alternavano pacificamente o collaboravano nella guida della società politica), ed il contemporaneo affermarsi del modello culturale in cui la competizione si sostituisce alla mediazione. In questo contesto è andata via via emergendo una realtà in cui, nello sforzo quotidiano per restare a galla, non c’è spazio né tempo per la visione di una “buona società”: ogni categoria svantaggiata, dice Bauman, deve cavarsela da sola, abbandonata alle proprie risorse e al proprio ingegno, mentre lo scontento sociale si è disperso in un numero infinito di rimostranze di gruppo o di categoria, ognuna alla ricerca di un proprio ancoraggio sociale. Risulta perciò necessario, a questo punto, richiamarsi alla presa di posizione di un Bauman secondo il quale non si è ancora registrata alcuna valida presa di posizione nei confronti degli aspetti economici e delle radici della miseria umana, contro le flagranti e sempre maggiori discrepanze nelle condizioni, possibilità e prospettive umane, per far fronte efficacemente alla povertà crescente e allo sgretolamento delle condizioni di vita. Attraverso un approfondimento su alcune tra le pagine dei testi più famosi di Bauman è inoltre possibile rilevare anche che, se il welfare state ha perso completamente il suo ruolo di assicurazione collettiva contro le disgrazie individuali, ciò è avvenuto principalmente per due ordini di motivi: per prima cosa, il principio di assicurazione collettiva come diritto universale del cittadino è stato sostituito, tramite il metodo del means testing, ossia l’accertamento delle fonti di reddito, dalla promessa di assistenza diretta solamente a quelle persone che non superavano l’esame della disponibilità di risorse ed autosufficienza, e quindi, implicitamente, l’esame di cittadinanza e “piena umanità”. La dipendenza dalle convenzioni statali ha così smesso di essere un diritto del cittadino, diventando un marchio che le persone con rispetto di sé fuggono come la peste. In secondo luogo, poi, in omaggio alla regola che le prestazioni per i poveri sono prestazioni povere, i servizi di assistenza sociale hanno anche perso gran parte della loro attrattiva di un tempo . E tutto ciò oggi accade, secondo Bauman, perché la tarda modernità o post-modernità non pone solo problemi di aggiustamento globale, ma ha messo in moto processi culturali profondi che stanno modificando la stessa natura del legame sociale moderno: problemi politici radicali che sarebbe miope affrontare nei termini di un’utopistica saggezza sistemica. In sintesi, per Bauman, la società globalizzata è una formidabile macchina produttrice di circolazione di cose e persone e, al tempo stesso, di estraneità. La società osservata dallo studioso polacco negli anni Novanta ci risulta, tuttavia, non soltanto individualizzata, perché la nuova creatività esclude tendenzialmente la presenza di reti consolidate e di legami professionali (per non parlare di rappresentanze sociali e politiche stabili), ma diventa fondamentalmente precaria. Attraverso le analisi di Bauman sul soggetto occidentale impariamo così a conoscere non solo un lavoratore incerto, ma soprattutto un consumatore esposto alla straordinaria mutevolezza e innovazione dei beni, materiali o immateriali, in cui si direbbe che l’economia di mercato recuperi incessantemente, trasformandole in merci, anche le istanze di “liberazione”. Bauman ne è convinto: questo soggetto ha bisogno di nuove forme di “calore”, di qualche forma di radicamento in un mondo che per definizione ha assunto contorni sempre più sfuggenti. Ed è proprio nella dimensione delle nuove forme di comunità (e delle ostilità che esse producono) che si situa per Bauman il problema politico della condizione post-moderna, chiamata a fare i conti, lo vedremo, con un uno Stato che perde sempre più potere, a tutto vantaggio di un capitalismo manageriale post-fordista, sempre meno produttivista e sempre più azionario. Soprattutto la lettura delle sue opere più recenti permette di confermare che per Bauman è ormai chiaro che nessuno di noi ha una reale libertà di scelta e di intervento davanti ai processi dell’economia globale, mentre dall’altra parte non c’è forza politica consistente che si ponga, almeno nelle nostre società, l’obiettivo di contrastare una tendenza che viene proclamata universalmente come destino. Insieme alla scomparsa di una dimensione politica che non si limiti alle logiche e ai riti elettorali, ciò fa sì che l’attore contemporaneo sia assolutamente inerme di fronte agli effetti della globalizzazione nella sua esistenza. Né può essere determinante, sostiene Bauman, l’apporto di carte internazionali dei diritti umani conquistate con la lotta e le rivendicazioni: la loro proclamazione, dice lo studioso, è stata e sarà sempre il risultato di battaglie di ricognizione ingaggiate da categorie sempre diverse di soggetti per il mero riconoscimento di sempre nuove istanze, il risultato di dinamiche, cioè, che nulla hanno a che vedere con l’insegnamento di Lévinas, vale a dire con l’esigenza di tornare ad appropriarci dei necessari sentimenti di solidarietà e di responsabilità verso l’Altro a cui dare giustizia, anche attraverso una piena e vera attuazione agli enunciati contenuti in quelle carte. Questo lavoro si sofferma, infine, sul Bauman più vicino ai giorni nostri, secondo il quale, per uscire dalla condizione di stallo in cui attualmente viviamo, è urgente passare dalla politica del diritto al riconoscimento a quella del diritto alla ridistribuzione, mettendo i diritti umani al servizio di quella “buona società” chiamata a dare a tutti una possibilità per annientare gli ostacoli che li separano dal raggiungimento della giustizia sociale e che si frappongono, cioè, a un’equa distribuzione delle possibilità, grazie all’articolazione, espressione e perseguimento di tutte le varie domande di riconoscimento. L'opera di ricostruzione proposta si chiude rifacendosi alla ricetta proposta da Bauman per ottenere tutto quanto appena richiamato: per raggiungere un’integrazione a livello di “umanità”, includendo tutti i popoli del pianeta, occorre, propone lo studioso, un “Pianeta Sociale”, l’unico capace di recuperare quelle funzioni che, non molto tempo fa, lo Stato cercava di svolgere, con fortune alterne perché le organizzazioni e associazioni extra-territoriali, cosmopolite e non-governative che ne farebbero parte sarebbero le uniche organizzazioni sociali in grado di raggiungere in maniera diretta chi si trova in una condizione di bisogno, sorvolando le competenze dei governi locali e sovrani e impedendogli di interferire. Solo così, dice Bauman, si potrà affermare il primato dell’uomo in una dimensione sociale in cui assicurare una giustizia oltre la legalità di respiro universale.

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