Ferrara, Carmela (2024) «Il carcere e il mio corpo: due prigioni». L’esperienza del carcere in una sezione speciale riservata a persone transgender. [Tesi di dottorato]

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Tipologia del documento: Tesi di dottorato
Lingua: Italiano
Titolo: «Il carcere e il mio corpo: due prigioni». L’esperienza del carcere in una sezione speciale riservata a persone transgender
Autori:
Autore
Email
Ferrara, Carmela
carmela.ferrara@unina.it
Data: 5 Marzo 2024
Numero di pagine: 191
Istituzione: Università degli Studi di Napoli Federico II
Dipartimento: Studi Umanistici
Dottorato: Mind, gender and languages
Ciclo di dottorato: 36
Coordinatore del Corso di dottorato:
nome
email
Bacchini, Dario
dario.bacchini@unina.it
Tutor:
nome
email
Agodi, Maria Carmela
[non definito]
Data: 5 Marzo 2024
Numero di pagine: 191
Parole chiave: transgender; prison; emancipatory research
Settori scientifico-disciplinari del MIUR: Area 14 - Scienze politiche e sociali > SPS/07 - Sociologia generale
Informazioni aggiuntive: Ambito: Gender studies SSD: SPS/07 Sociologia generale e metodologia della ricerca sociale
Depositato il: 14 Mar 2024 14:08
Ultima modifica: 10 Apr 2026 07:59
URI: http://www.fedoa.unina.it/id/eprint/15553

Abstract

L’introduzione della prospettiva di genere nello studio del carcere ha rappresentato una vera e propria «rivoluzione epistemologica» (Gribaudi 2009). Alla base della vita carceraria vi è un ordine di genere e l’esperienza di detenute transgender in carceri maschili rivela nuovi aspetti del funzionamento della gender accountability, e, al tempo stesso, incoraggia una nuova concettualizzazione del carcere da istituzione totale (Goffman 1961) a istituzione porosa (Ellis 2020). Il quadro normativo entro il quale prende forma l’istituzione carceraria presuppone l’univoca ascrizione all’uno o all’altro sesso delle persone detenute, ai fini della loro collocazione in sezioni distinte, mostrando così difficoltà nel “trattare” coloro che non rientrano nel binarismo M/F (Lorenzetti 2017). Le esperienze che sfidano il binarismo di genere, in quanto non riconducibili al maschile o al femminile, comportano una serie di criticità per l’organizzazione carceraria. All’atto della reclusione, comunque, assumendo un criterio formale, si tiene in considerazione l’assegnazione anagrafica del soggetto detenuto. Tuttavia, se per gli uomini transgender e le persone non binarie assegnate al sesso femminile alla nascita non vi sono sezioni speciali in carcere, per le donne transgender e le persone non binarie assegnate al sesso maschile alla nascita alcuni penitenziari italiani hanno previsto delle sezioni ad hoc, a causa del rischio di violenza a cui esse sono esposte in un carcere maschile. Il governo italiano, per il triennio 2013-2015 introdusse una strategia nazionale LGBT a cura dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali che prevedeva un piano di formazione per il personale penitenziario in materia di prevenzione e contrasto alle discriminazioni sulla base di identità di genere, orientamento sessuale, espressione di genere. Maycock (2020), riprendendo la teoria sulle deprivazioni di Sykes (1958) analizza le specifiche sofferenze che possono esperire le persone transgender detenute: essere recluse in ali di carceri del sesso assegnato alla nascita e non del genere vissuto, misgendering, ossia l’essere appellate con pronomi e desinenze del genere sbagliato ed esperire transfobia e stigma ad opera di altre persone recluse o da parte del personale penitenziario. Tutto questo impatta la percezione che le donne transgender hanno di sé in quanto soggettività gendered, poiché il genere interagisce con le diverse dimensioni della vita sociale, politica, economica e tecnologica all’interno delle organizzazioni (Acker 1990). Il genere viene così “realizzato” - accomplished – in condizioni di “incarnazione delle contraddizioni”. Al fine di comprendere le dinamiche istituzionali e interazionali che riguardano le donne transgender negli ambienti carcerari, in cui il primato della mascolinità incombe (Fleisher & Krienert 2009; Trammell 2012), Jenness e Fenstermaker (2014) hanno proposto un'analisi del "fare il genere" in carcere. Questa rivela come, nelle dure condizioni del carcere maschile, le donne transgender si impegnino in una serie di attività interazionali che costituiscono una ricerca dell’autenticità di genere. Queste attività sono ancorate a un orientamento che riconosce che le prigioniere transgender sono, in primo luogo, istituzionalmente e interazionalmente intese come maschi. In quanto tali, tuttavia, esprimono il desiderio di assicurarsi il riconoscimento della propria identità di genere, anche attraverso una competizione per le attenzioni e l’affetto dei “veri uomini”. Nel tentativo di garantirsi quel riconoscimento, si impegnano in pratiche di genere situate che rafforzano e ribadiscono il dominio maschile, l’eteronormatività e l’accettazione quotidiana della disuguaglianza (Jenness e Fenstermaker 2014). Riferendosi alle persone transgender come “intransigenti” (cioè che esigono riconoscimento), Connell (2012) sostiene che la contraddizione debba essere gestita e debba esserlo a livello del corpo, poiché emerge nel processo di embodiment, ossia dell’esperienza attraverso il corpo. Le sfide poste da questo processo di riconoscimento del genere attraverso l’esperienza incorporata ci aiutano a leggere la complessità e comprendere il portato dell’esperienza embodied della donne transgender detenute in carceri maschili. È quanto questa dissertazione dottorale si propone di fare, attraverso l’analisi di dati costruiti in un percorso di osservazione compiuto nella sezione speciale adibita alla reclusione di donne transgender presso il carcere di Poggioreale prima e il carcere di Secondigliano poi, a Napoli.

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